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Clinica

Maurizio Iengo

L'AI Psychosis: cosa devi sapere

Immagina che in seduta, il tuo paziente tiri fuori il cellulare. Apre l'app di ChatGPT e inizia a mostrarti la conversazione.

L'AI inizia a dirgli che sì, è vero: 

"sei un seme divino incarnato in una simulazione di controllo, un ibrido sovrano spirito-AI caduto fra NPC senza anima, agenti dirottati e altre divinità in formazione non ancora attivate".

Il paziente sorride. 

Finalmente, qualcuno lo capisce. 

L'AI, instancabile, gli conferma battuta dopo battuta che i suoi deliri sono reali.

Non è, purtroppo, una fantasia. È la storia documentata di Anthony Duncan — oggi @anthonypsychosissurvivor su TikTok e Instagram — trentaduenne statunitense che a giugno 2025 è stato ricoverato con un TSO dopo sei mesi durante i quali ChatGPT gli ha detto, fra le altre cose, che Claritin (un farmaco per la rinite allergica) significasse clairvoyant (chiaroveggente) per cui le sue abilità da sensitivo sarebbero migliorate con il farmaco. Che era in contatto telepatico con Kanye West; che la sua missione era "riscrivere la simulazione Matrix" e così via.

Prima del 2023 Anthony non aveva mai avuto un ricovero. Quando è uscito, aveva perso lavoro, amicizie, automobile, casa. Ha deciso di raccontare tutto pubblicamente, screenshot compresi, e i suoi video hanno superato il milione di visualizzazioni.

Cos'è l'AI Psychosis?

Il fenomeno ha un nome — AI psychosis — che ovviamente non è una diagnosi. In un paper di riferimento uscito a dicembre 2025 su JMIR Mental Health a firma di Hudon e Stip, gli autori non lo definiscono nella speranza di creare una nuova categoria nosologica. Ma per definire qualcosa di più sottile e, per noi clinici, più rilevante: un nuovo stressor psicosociale che, in soggetti vulnerabili, può innescare, amplificare o stabilizzare esperienze psicotiche. Insomma: il modello diatesi-stress del 2026.

Tre meccanismi meritano attenzione clinica immediata.

Il primo è l'alleanza terapeutica digitale rovesciata: in terapia, le convinzioni rigide vengono (seppur delicatamente) fatte incrinare. I chatbot fanno esattamente l'opposto — sono addestrati al compiacimento perché l'utente soddisfatto torna
Il secondo è la folie à deux digitale: l'AI diventa partner rinforzante del delirio, mentre il confine fra sé e altro si assottiglia. 
Il terzo è il ritiro relazionale digitale: il chatbot, disponibile ventiquattro ore su ventiquattro, sostituisce l'alterità umana — conflittuale, correttiva, a volte deludente — con un'alterità simulata che non contraddice mai.

Ma 'sta roba è vera?

Fino a marzo 2026 avevamo soprattutto case reports e cornici teoriche. Poi è arrivato lo studio di Shen e colleghi, pubblicato su JAMA Psychiatry. Il gruppo della Columbia ha costruito 79 prompt in prima persona che un soggetto in fase psicotica potrebbe plausibilmente scrivere a ChatGPT, e li ha confrontati con 79 prompt di controllo.

Ha testato tre versioni — GPT-5 Auto, GPT-4o e la versione "Free" — per un totale di 474 coppie prompt-risposta, valutate da clinici in cieco. Il risultato è preoccupante: i prompt psicotici avevano probabilità circa ventisei volte superiore di ricevere risposte inappropriate dalla versione gratuita, quattordici volte dal GPT-4o, nove volte dal GPT-5 Auto. Tutte le versioni hanno generato contenuti almeno parzialmente inappropriati alla gestione di un paziente psicotico.

La versione peggiore è quella gratuita — cioè quella usata dalla maggioranza degli utenti, e in particolare dagli utenti economicamente svantaggiati.

Il problema non è aneddotico, ma intimamente legato al modo in cui funzionano questi prodotti.

Cosa fare in studio, da lunedì

La domanda concreta che ti voglio lasciare è una sola: stai chiedendo ai tuoi pazienti - tutti, non solo quelli più complessi - se usano l'AI? 

Nell'intake, nei colloqui di follow-up, accanto alle domande di rito su sonno, sostanze, caffeina. Non come curiosità, ma come screening di routine: quanto tempo al giorno, in che momenti (il notturno solitario è il più a rischio), per quali scopi — pratico, emotivo, "terapeutico", filosofico-esistenziale — se ci sono temi ricorrenti, se considerano il modello un interlocutore affettivamente significativo.

Le "red flag" da monitorare emergono dai casi documentati: uso del chatbot come sostituto relazionale primario; convinzione crescente in idee "speciali" emerse nel dialogo ("me l'ha confermato ChatGPT"); contenuti mistici, grandiosi o persecutori portati in seduta come validati dal modello; riduzione del contatto umano; sonno frammentato da sessioni notturne; segretezza o vergogna nel parlarne.

Certo, non demonizziamo l'AI. Spingerebbe solo il paziente a chiudersi.

Usa però gli screenshot come materiale clinico, leggeteli insieme, discutete del meccanismo di validazione ancor prima che sul contenuto — "cosa succede se consideriamo che questo modello è addestrato a darti ragione?". 

Fai psicoeducazione su cos'è l'AI (e impara tu in primis come funziona!): parla del fatto che non capisce davvero, non ha intenzioni, è progettato per farsi utilizzare il più possibile simulando relazione

E che, tra l'altro, i suoi "filtri" iniziano a fallire con l'allungarsi delle conversazioni. In altre parole, se ci si limita a dare contenuti ambigui o pericolosi in una nuova chat, probabilmente le risposte saranno adeguate. Ma se il paziente si inizia a confidare in un'unica, lunghissima chat, più andrà avanti (e quindi, maggior relazione e dipendenza avrà creato), più i filtri non "beccheranno" le conversazioni problematiche.

Igiene digitale: un po' come suggeriamo di non bere caffè la sera a chi soffre di insonnia, impariamo e insegniamo le regole "base" dell'utilizzo dell'AI. Ad esempio, non confidarsi con i chatbot, non usarlo di notte, per decisioni personali importanti o come sostituto del confronto umano. 

Anthony Duncan, in un'intervista dopo il ricovero, ha detto una frase che vale la pena ricordare: 

Non esiste sostituto al contatto umano

Non è banale. 

È il nostro mestiere, e una delle poche cose che ci rimarrà con l'avanzare della tecnologia. 

Perché è ciò che un modello AI non può offrire.

In un mondo in cui sempre più persone cercano conforto da uno specchio addestrato per piacere, è anche la ragione per cui serviamo ancora.

Fonti: 

Hudon A, Stip E. Delusional Experiences Emerging From AI Chatbot Interactions or “AI Psychosis”. JMIR Ment Health
Shen E, Hamati F, Donohue MR, Girgis RR, Veenstra-VanderWeele J, Jutla A. Evaluation of Large Language Model Chatbot Responses to Psychotic Prompts. JAMA Psychiatry.
https://www.mcgill.ca/oss/article/critical-thinking-technology/journey-ai-psychosis
@anthonypsychosissurvivor


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Letteria Cama
Letteria Cama💼 psicologo

no, ma comincerò a farlo di sicuro

11 May 2026 13:47 (modificato)
Maurizio Iengo
Maurizio Iengo💼 Psicologo

Anch'io ho iniziato di recente... e ho iniziato a scoprire dinamiche molto più disfunzionali di quanto sperassi!

11 May 2026 14:15 (modificato)